Letture sotto l’ombrellone

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Letture sotto l’ombrellone

la versione cartacea

Si, una nuova pubblicazione:

Le Facce e le Piazze,

da oggi nella grande libreria di Amazon, ma le sorprese non finiscono qui, la versione ebook, disponibile da ieri, sarà gratis da domani e per 5 giorni!

La copertina? Un sogno di…Piazza! Piazza San Marco, come compare in sogno a Marco Polo in un mio…sogno! Una notte, anni fa, ho sognato che Marco Polo sognava la sua Venezia e gli appariva così, immersa tra i fiori dei ghebi all’alba!

“San Marco tra i ghebbi all’alba. Il sogno di Marco Polo” maria luisa caputo, tcn miste su tela.

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Le sorprese non finiscono…non solo racconti nel romanzo…

Una donna di carta

‘Una donna di carta’ è il titolo del mio ultimo romanzo, in ordine di pubblicazione, ma non di stesura. Pare abbia vissuto una storia travagliata come la sua protagonista. Scritto 20 anni fa e poi perso in due successivi crack di pc- Recuperato solo attraverso qualche frammento di file, ma sopratutto grazie al supporto cartaceo. Un lungo lavoro di recupero, fino all’intera trascrizione da amanuense sul mio magico Mac. Si, una vita travagliata e di recupero si se stesso e dei suoi personaggi, proprio come il lavoro di recupero della vita di Martina, la protagonista .

Una vita, la sua, vissuta negli ospedali da campo dei medici di frontiera, senza agi e comodità. Martina si immerge nel dolore altrui per alleviarlo e rendere meno pesante la rinuncia all’amore grande della sua vita, il suo bambino, a cui era stata costretta da obblighi familiari. La sua missione le fa percorrere i cammini aspri dei tempi della dittatura argentina, dei conflitti in Afganistan, fin a quando decide di stabilirsi in una regione povera della Turchia e dove pare trovare l’equilibrio e l’affetto. La morte del padre scuoterà profondamente l’apparente equilibrio e riporterà i suoi passi sui luoghi natii, nel calore della sua casa natale e la costringerà a confrontarsi con l’uomo che l’ha resa infelice. Una storia emozionante e profonda che tratta temi forti sui delicati legami, spesso conflittuali, tra madre e figlio e i difficili rapporti di coppia. La protagonista è una donna con sentimenti di purezza adamantina, una donna coraggiosa e fragile che ha sempre considerato l’ignoranza come unico nemico da combattere.

Se ne volete sapere di più potete leggerlo in formato ebook o cartaceo. E’ disponibile nella grande libreria di Amazon.nonni

Come copertina ho scelto una foto dei miei nonni, anche se il romanzo non è ambientato nei primi del 900, nel tempo del ritratto dei due bellissimi fidanzati. Scelta caduta sulla dolcissima espressione della mia nonna materna, fragile di salute ma forte come una roccia tale e quale Martina.

link al romanzo

 

Il giorno di Natale

Il giorno di Natale

 

I giorni trascorrono con la stessa cadenza, secondo dopo secondo, nuvola dopo nuvola, raggio di sole dopo raggio, ragnatele di stelle su ragnatele di stelle. Ci sono dei giorni che dovrebbero trascorrere con maggior lentezza e i raggi del sole dovrebbero illuminare più a lungo le finestre e le facce, le nuvole dissolversi come fumo invece di transitare e le ragnatele di stelle dovrebbero trasformarsi in polvere lucente che fa brillare le mani e gli occhi. Uno di questi giorni magici potrebbe essere Natale. Nel giorno di Natale scompare il tempo e tutto si ferma negli occhi dei bimbi e nel cuore degli adulti che sanno rimanere bambini, almeno nell’intimo della mente. Si confondono presente e passato, tutti torniamo bambini con la mente di bambino e le tenerezze ricevute si affiancano a quelle che doniamo.

Magia del Natale.

Un giorno che dura un mese almeno da quando inizio i preparativi, specialmente quando si aspetta l’arrivo di grandi amori piccini. E i giorni passano nell’attesa di quella notte e quel giorno magico. Le mani diventano come la carta vetrata nel maneggiare colle, stucchi, licheni. Dal 23 le gote diventano rosse come quelle di Biancaneve per le lunghe soste davanti ai fornelli. Non so quale abilità si celi in noi ‘mamme forse d’altri tempi’ nel preparare tutte le delizie che più piacciono ai nostri nipotini e ai nostri figli. Non sento la fatica, per crollare c’è tempo, ma non è quello il tempo.

E profumo di fritto buono, casalingo non da take away…Profumo di fichi al forno ripieni d’arancia e noci, torrone croccante profumo che persiste in casa e nel cuore, fin da quando ero bambina. Certo tutte queste delizie fanno bella mostra nelle pasticcerie e nei supermercati, ma lasceranno solo zucchero che si appiccica ai denti e non profumo e ricordi!

A sera quando spengo i ceri saltellanti nei bicchierini colorati, quando la casa è cosparsa di giocattoli e carte da regalo, quando nell’aria c’è ancora profumo di cannella e arancia, mentre l’ultimo pastorello guarda ancora attonito la stella cometa nel presepe, allora penso che il giorno di Natale sia finito, ma so che non è così. Le dolcezze mi accompagneranno per giorni, mesi, fin quando non rimetterò mano a muschi, licheni, case, montagne, angeli e preparerò i biscotti per Babbo Natale..

Non è neanche finito il giorno che già sento la nostalgia di chi mi ha rapito il cuore e so che partirà.

Mi chiedo quanto sia grande un cuore di una donna diventata madre e nonna.

maria luisa caputo

San Vitaliano e il Miramar

San Vitaliano e il Miramar

 

 

Non è la storia del santo che voglio narrare, ma quel che accadeva in prossimità della ricorrenza nella cittadina di cui è il Protettore. Oltre alla parte religiosa, dalle liturgie protratte per giorni e a tutte le manifestazioni correlate, ben al di là della processione finale e ai fuochi d’artificio conclusivi, l’attesa del sedici luglio, data della celebrazione, era collegata ad un avvenimento importante: l’inizio della stagione balneare.

Un misto tra feticismo, tradizioni e riti propiziatori legava indissolubilmente i due avvenimenti. Giravano delle provinciali leggende che vedevano disgraziati i gestori degli stabilimenti balneari, che incuranti delle possibili conseguenze celesti, aprivano prima i lidi, prima del fatidico giorno. E in effetti le conseguenze celesti si facevano sentire puntualmente.

Era quel particolare periodo legato all’arrivo del gran caldo e alle conseguenti trombe d’aria.

Alla Marina succedeva l’irreparabile: interi stabilimenti, edificati come fantastiche palafitte nell’acqua azzurra, spazzati via come stuzzicadenti.

San Vitaliano, con la sua ira faceva crollare gli stanzini di legno come le capannucce costruite con le carte da gioco. In questo atto di ira del Santo, il mare era degno complice. Ondate paurose stritolavano come le mani di un gigante tutto quello che era a portata d’acqua e non solo.

A volte la furia era tale che le onde si allungavano oltre la strada. L’acqua entrava fin nelle abitazioni, tant’è che molti pescatori lasciavano aperte porte e finestre.

L’acqua aveva così modo di entrare e di uscire: voleva dire abbondanza in casa. Più acqua entrava ed usciva più buone notizie e dovizia sarebbero arrivate.

Anche questo era feticismo puro, e l’evento ognuno lo prendeva secondo le credenze tramandate, da padre in figlio.

A quel tempo non c’era servizio meteorologico e le discipline scientifiche erano tenute in scarsissimo conto.

 

 

Un anno Peppuzzo, uomo molto facoltoso e poco religioso, decise di aprire uno stabilimento elegante. Non più palafitta di legno, non più in acqua, ma in posizione arretrata sulla spiaggia e in muratura. Cominciò col costruire due piani terrazzati, dotati di ogni confort, dal bar elegante al ristorante con specialità marinare di tutta Italia. Inaugurò alla Marina il suo stabilimento il primo di luglio, quando in città già si montavano gli archi di luce per la festa del patrono.

Gli invitati d’onore furono molti, dalle autorità politiche a quelle religiose, per la benedizione. Il parroco di Marina avrebbe voluto che l’avvenimento fosse rimandato.

“Per devozione!” aveva suggerito.

Fu invitata anche la mia famiglia all’inaugurazione.

 

Bello il Miramar!

Tutto maiolicato di verde acqua, a piccoli tasselli. Grandi onde color indaco, rincorrendosi sul mosaico, percorrevano le pareti. Peppuzzo era orgoglioso del suo stabilimento.

 

 

 

La notizia arrivò con la prima funicolare del giorno seguente: la violenta mareggiata della notte aveva trascinato in acqua mezzo Miramar e tutte le buone maniere di Peppuzzo

Già in condizioni normali era di carattere autoritario, poco incline alle osservanze religiose, quasi ateo a dire il vero, figuriamoci il giorno del disastro! Le urla e le bestemmie arrivarono fin su al Duomo, dove in una cripta si conservavano le reliquie di San Vitaliano. A nulla servivano le lacrime della moglie, dispiaciuta si quanto lui, ma anche avvilita da quella pubblica sceneggiata.

Il parroco di Marina completò il capolavoro, con il solito:

“Era prudente rimandare” alludendo alla festività non rispettata.

 

La contro-reazione fu pari alla mareggiata.

 

Peppuzzo, urlando come un ossesso, giurò davanti a tutti che avrebbe ricostruito il Miramar, trasformandolo in albergo e inaugurato alla stessa data, altro che alla vigilia del sedici luglio.

 

Un atto orribile di sfida alle potenze celesti!

Aggiunse, sempre urlando come un pazzo, che per l’occasione avrebbe scritturato ballerine brasiliane mezze nude.

 

La moglie, si narra, si chiuse in casa con le imposte serrate, per la vergogna e così rimase fino alla domenica successiva. Sgaiattolò di casa giusto per ascoltare la prima messa del mattino.

 

(“San Vitaliano e Il Miramar” è tratto da “Le Storie di Mizar” narrativa, © Maria Luisa Caputo)

 

 

 

Forbici e coltelli

 

 

 

 

 

Rosario, chiamato da tutti Sario, era arrotino. Con la sua bicicletta, attrezzata a officina ambulante, percorreva quasi tutta la città. Arrancava per le ripide salite, cantava a squarciagola nelle discese. Era un modo come un altro per avvisare del suo arrivo, oltre all’usuale :

“Dooonne è arrrrivato l’arrrrrotino!”

Arrotava le erre, come se già volesse avvantaggiarsi il lavoro.

 

Sario era un bell’uomo.

 

Alto, bruno, occhi scuri, aveva i tratti somatici di un arabo. Piaceva molto alle donne e a dire il vero qualche volta, per arrotare i coltelli, invece che soffermarsi davanti all’uscio entrava in casa, soffermandosi un più a lungo.

La storia era risaputa. Le chiacchiere erano più veloci e fastidiose dei tafani, specie in estate, quando le finestre e le porte erano tutte spalancate. Per sviare i sospetti dei mariti, quasi in tacito accordo tra ammiratrici, le soste variavano. Un giorno un pò di più in casa di Graziella, un giorno a casa di Bettina e così via…

A mano a mano che prendeva la ripida e rettilinea scesa che alla fine lo portava dritto a casa sua, anche lui rigava più dritto. La cittadina non era tanto piccola e sperava che le chiacchiere sulle sue arrotature prolungate non giungessero alle orecchie di Teresina, la moglie. Sario aveva grandi abilità di arrotino, di amatore e un dono del cielo: un carattere bonario, simpatico. Nonostante la sua fama, aveva molti amici, pure tra gli ignari mariti, abilmente traditi. Ma Teresina aveva cominciato a maturare qualche sospetto.

 

Tutto questo era quel che accadeva di giorno.

 

Dalle nove di sera in poi era tutt’altra storia. A Sario, come diffuso costume, piacevano il suo lavoro, le donne, il tabacco e il vino. Quest’ultimo, la sera, era la passione dominante.

Il giorno stava sempre in giro e la cena era per lui pausa di rilassamento. Trascinava una seggiola fuori la porta e vi sostava fin a quando Teresina non lo chiamava a raccolta con tutta la ciurma di marmocchi. Beveva un bicchiere dopo l’altro, magari in compagnia di qualche amico di passaggio, da lui invitato a due chiacchiere e un bicchiere. Teresina avvantaggiava i preparativi della cena dal pomeriggio. Aveva capito che questa era una brutta abitudine e per non far bere troppo il marito accelerava. Già euforico, Sario si sedeva a tavola con la sua famigliola. Teresina faceva la spoletta tra tavolo e fornelli per mettergli davanti piatti sempre pieni, ma Sario con altrettanta velocità riempiva un bicchiere dopo l’altro. Le sue parole appestavano del vino, già arrivato in fumi al cervello.

Una brutta e maledetta sera, venne a far loro visita, durante la cena, un lontano parente di Teresina, suo ex spasimante. Sario cominciò ad offrigli vino. All’apparenza molto contento della visita, rivide nella nebbia dell’alcool, la passata richiesta di fidanzamento a Teresina, un paio di settimane prima che lo facesse lui. E dato che Teresina non si decideva a scegliere, forse aveva un debole per Michele, ci pensò lui a convincerla.

Il modo non fu dei più dolci, ma in fondo a Teresina Sario piaceva pure un pò. Il matrimonio fu rapidissimo e riparatore. Teresina pensava sempre più spesso a Michelino, specie quando Sario era ubriaco fradicio e da quando le voci, non malevole ma inopportune, erano giunte alle sue orecchie.

Michelino, incauto guardò negli occhi Teresina, quasi a chiederle come avesse potuto sposare Sario, visti soprattutto i risultati. E non si limitò a guardarla solo negli occhi.

In estate le donne del sud portavano, ai limiti del controsenso della loro estrema riservatezza, dei vestiti molto generosi nell’esibizione delle scollature. E la scollatura di Teresina non era solo generosa, ma quasi prodiga.

Teresina, stupidamente, cercò di accollarsi un pò, anche se l’impresa era molto difficile!

Sariò notò gli sguardi e il gesto di pudicizia. Divenne una belva. Ebbe una reazione che il suo carattere placido non avrebbe mai potuto esibire in nessuna occasione. Con gli occhi avvampati di gelosia, con una mano prese Michele per il colletto della camicia sollevandolo dalla sedia, con l’altra cercò di coprire il prosperoso seno della moglie. Fare entrambe le cose era difficile. Optò solo per la prima e buttò fuori di casa il malcapitato.

Scoppiò una lite furibonda.

Il giorno dopo Sario, savio e ben impomatato di brillantina, profumato e lindo come al solito, salì sulla sua bicicletta. Più tardi, quando Teresina stese il bucato, i vicini notarono che aveva una guancia tumefatta.

Sario pagò a caro prezzo la cosa.

 

I tafani divennero più veloci, sia in salita che in discesa…

 

Furono proprio le amanti turniste a schierasi in difesa di Teresina, temendo forse un giorno di diventare pure loro vittime tumefatte sia dei mariti che dell’amante.

La casa di Teresina divenne quasi un santuario, era un pellegrinaggio insolito…di reciproca consolazione.

Ex voto fatti non già da pacchiani cuori dorati con velluto rosso, ma bensì di insidiosa compassione, maldicenze, ma anche buste di caffè e di zucchero, biscotti e altro.

Teresina diventava sempre più dura nei confronti del marito, sempre più assetato di sesso, dato che le sue ammiratrici gli passavano le forbici e i coltelli da arrotare, dalle finestre e non più dalle porte.

Un giorno, un pomeriggio per la precisione, quando i bambini erano al doposcuola, Teresina era nello stanzone al piano di sopra. L’uscio era sempre aperto. Si sentì cingere la vita. Un bacio appassionato sulla nuca e dolcissime carezze la fecero trasalire di paura e passione.

“Sei impazzito?” disse a Michelino, salito di soppiatto a sua insaputa, spintonandolo. Scese subito al piano di sotto, trascinandolo per mano, nel tentativo di farlo uscire di casa. Teresina, malgrado tutto, era fedele al marito.

Michele fu quasi catapultato fuori. Come uno stupido le disse:

“Tornerò”

Lo mormorò a bassa voce quel ‘tornerò’, ma non tanto bassa da non essere trasportata alla porta accanto.

Un grosso iridescente tafano, uscì da quella porta, percorse tutta la salita, fin alla prima delle abitazioni, dove in precedenza Sario sostava più a lungo.

 

 

 

Primo tafano:

 

“Coosaa? Quella puttana! Ha messo a rischio il mio matrimonio! Ho fatto i salti mortali perché mio marito non si accorgesse di Sario! L’abbiamo difesa, ci siamo messe contro di lui…! Poveretto, poveretto!”

Secondo tafano

 

“Dillo a me! Senza quella visita, anche se mensile, mi sento persa!”

 

 

Regina dei tafani

 

“Tu? Ed io che devo dire? Io sono vedova, potevo farlo entrare quando volevo, ma era solo per rispetto di quella buon’ anima, che mi limitavo!”

La regina additò il ritratto del marito.

E ronzavano i tafani, diventando sempre più numerosi…

 

I tafani ronzavano, sempre più fastidiosi, fintanto da arrivare alle orecchie di Sario.

Montò sulla bicicletta.

All’apparenza, molto calmo, percorse la discesa salutando tutti come al solito:

“A domani Peppì, a domani Cecè…” e così via.

L’ultimo, però, rispose dicendo:

 

“Sta calmo, Sarì!”

 

Fu la fine.

Capì che tutti già sapevano della tresca della moglie.

Teresina, sorpresa dal suo arrivo inaspettato, gli sorrise dolcemente.

Accecato dalla gelosia, travisò, convinto che la dolcezza le fosse stata procurata da qualcun altro qualche ora prima.

L’aggredì, prima verbalmente insultandola in ogni modo, poi alzando le mani con violenza. La scena avvenne sull’uscio.

I vicini erano attoniti.

In genere non si interveniva fin a quando il sangue non colava a fiotti dal naso di una delle vittime, in genere la donna.

 

Ma, quel giorno, non ci fu tempo.

 

In preda al panico Teresina, che non capiva quella violenza, afferrò uno dei coltelli ben affilati e riposti sulla bicicletta. Sario l’avrebbe dovuto consegnare a una delle sue amanti, proprio alla vedova che si sentiva parte lesa e pertanto l’aveva messo sull’avviso, sull’avviso del nulla!

 

Teresina come un macellaio che sa sgozzare, senza fare soffrire, tagliò di netto la gola al marito.

Sario si accasciò in una pozza di sangue, morendo sul colpo.

 

Cinque anni dopo Teresina uscì di galera.

Furono i mariti delle amanti a difenderla in tribunale e la violenta lite, che l’aveva portata alla legittima difesa, depose a suo grande favore.

 

Quando tornò a casa fu accolta dai vicini come un’eroina.

Ma quella fu per lei una notte insonne, non di trionfo: ora le si poneva il problema di sbarcare il lunario.

 

Scese al piano di sotto.

La bicicletta di Sario, ben attrezzata era rimasta in casa, ancora in buone condizioni.

Il mattino seguente la donna, portò i bambini a scuola, dopo averli prelevati dalla casa dei suoi genitori.

Tornò a casa sua.

Indossò un paio di pantaloni di Sario e una sua camicia, inforcò la bicicletta avviandosi per la ripida salita.

 

Senza arrotare le erre, quasi cantando, pedalava declamando la sua nuova filastrocca:

“Forbici, coltelli, temperini da arrotare? E’ arrivata Teresina, l’arrotina! E ricordate: forbici, coltelli e temperini sono articoli pericolosi per i bambini, è un consiglio di Teresina, l’arrotina!”

 

E’ inutile dire che ebbe molti clienti di ambo i sessi, offrendo il suo lavoro, sempre sull’uscio, mai in casa.

Era rimasta fedele al suo Sario.

 

E’ superfluo precisare che quello fu il primo caso di lavoro tipicamente maschile svolto da una donna.

Se è importante saperlo, aggiungo che Teresina non volle sposarsi mai più, anche se consapevole di esercitare un certo fascino, forse perverso, su molti spasimanti.

 

(“Forbici e coltelli” è tratto da “Le Storie di Mizar” narrativa, © Maria Luisa Caputo,

ed cartacea Ilmiolibro.it ,

ebook “ Le Storie di Mizar”)

 

 

 

 

Il pranzo affastellato

Il pranzo affastellato

Strana dicitura ‘pranzo affastellato’. Il pranzo affastellato è il pranzo improvvisato appena rientrati dall’aeroporto. Tavola apparecchiata in cucina, alla buona, tutti vicini vicini, perchè nella sala grande la tavola è già apparecchiata per il cenone della Vigilia. Piatti di carta, tovaglia pulita, bicchieri di vetro e posate belle… Patate a vapore calde calde, tonno, fagioli, pane caldo e burro o olio, salmone affumicato, tutto messo in tavola accompagnato dalla domanda di rito: “Chi vuole…?” e dove nulla si impone.

A un certo punto l’esordio di una padella: “Preparo una frittata?” E vai con la frittata e con il manico della padella gestito come una clavetta da giocoliere. E i piccoli ridono e mangiano quelle patate che nei giorni normali non mangerebbero e quel tonno e quei fagioli che nella loro stravagante dieta non esistono. Due fagioli, una punta di forchetta di tonno, ma è una giorno diverso, il giorno in cui ci si ritrova e quel che il giorno prima non piaceva oggi ha il sapore dell’allegria. Nella cucina dei nonni non si sente caldo o freddo, né si sta scomodi, si sente solo tenerezza e amore.

Nel pranzo affastellato non mancano i biscotti, di improvvisato c’era solo la decisione di restare a casa e di uscire dopo, la nonna i biscotti li aveva preparati il giorno prima e, il giorno prima, aveva stivato il frigo di salmone e uova freschissime…

Non mancano i mandarini e i mandaranci, mangiati a spicchi mentre si corre per casa da una stanza all’altra, con brevi soste davanti al presepe e una sbirciata all’albero di Natale…

“Nonna mi piace questo pranzo affastellato, facciamolo sempre”

Ecco, una frase che rappresenta un dono prezioso, che dilegua tutte le fatiche dell’ultimo minuto e che esalta la felicità dello stare insieme e basta, senza desiderare altro.

Ecco tutto questo potrebbe scriverlo Lorenzo, tra qualche anno, ricordando la nonna cuciniera, come mi chiama ora Martina!